non identificazioneFiglio della filosofia buddista, ripreso dal sistema di pensiero gurdjieffiano e da molte altre correnti evolutive, il precetto della non identificazione spunta sempre come il prezzemolo nei vari percorsi di elevazione spirituale. E non a caso: identificarsi in un pensiero, in un’identità, in un ruolo ecc. è alla radice di tutti i mali che affliggono l’essere umano.

L’identificazione inizia sempre con il riconoscere un pensiero come “proprio” o parte di sé: dal primo pensiero “Questo l’ho pensato io” al secondo pensiero “Questo sono io” il passo è breve e veloce, così istantaneo che spesso non riusciamo a distinguere la distanza che separa i due step.

Ma una distanza c’è e riuscire a coglierla ci aiuta a fare spazio per un terzo pensiero, un “infiltrato speciale”, una sorta di bug di sistema che ci aiuta a sconnettere l’identificazione automatica. Il terzo pensiero è: “Questo pensiero mi è arrivato ed è solo un pensiero”.

Per sedare il tentativo di identificarci in pensieri, ruoli e identità, può aiutarci anche la visualizzazione: in una situazione di gruppo, ad esempio, possiamo vedere noi e le persone che sono con noi attraverso gli occhi di una telecamera. Piazziamo virtualmente il dispositivo in un punto in alto nella stanza e filtriamo quanto accade posizionandoci proprio lì, dietro l’obiettivo, come dei registi. In questo modo avremo una visione distaccata dell’insieme, con qualche chanche in più di separarci anche dal nostro ruolo e dai nostri pensieri condizionanti e quindi di fare spazio alla nostra Presenza più alta.

Facciamo un esempio. Qualche tempo fa sono stata invitata a una riunione professionale. Una volta seduti attorno al tavolo di lavoro, mi sono ritagliata il ruolo di osservatore, che mi consentiva sia di interagire professionalmente, sia di cogliere quegli aspetti “sottili” che mi permettevano di mantenere vivo il mio testimone interiore.
Potevo cogliere i diversi giochi che ciascun presente interpretava: c’era chi si occupava degli aspetti organizzativi, chi di quelli comunicativi e chi era presente per ricevere indicazioni.
In me la tentazione di sentirmi in dovere di “esporre” pubblicamente la mia compeetnza, per attribuire un certo status professionale alla mia presenza, era forte. Altrettanto forte, però, era il film ripreso dalla telecamera interiore: vedevo le anime imprigionate nei corpi, a loro volta – poverini! – irrigiditi in posture meccaniche per via del clima teso che si stava creando; vedevo le personalità elevarsi a giudici della situazione, dimentiche della sola possibilità di altri punti di vista o sensibilità. Vedevo, in sostanza, un aggrovigliarsi di energie su se stesse che alla fine andavano a imprigionare le anime presenti in tante ragnatele separate le une dalle altre.

Questo esempio mi è servito per portarvi due notizie, una buona e una cattiva. La cattiva notizia è che il medesimo meccanismo ci accade ogni giorno, che ne siamo consapevoli o meno. La buona notizia è che possiamo sottrarci a questo infimo destino allenando la nostra consapevolezza.

Provate a utilizzare una delle due tecniche che ho descritto qui sopra e fatemi sapere. Se invece ne avete altre da suggerire, le aspetto volentieri nei commenti qui sotto!

Grazie per l’attenzione

“Non identificazione”: ecco l’infiltrato speciale e la telecamera virtuale

MI DICI LA TUA? Scrivi il tuo commento qui sotto...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *